Statement

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English text below
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AFRICA: SEE YOU, SEE ME!

LA FOTOGRAFIA AFRICANA POST COLONIALE E LA SUA INFLUENZA GLOBALE SUL LINGUAGGIO VISIVO NELLA RAPPRESENTAZIONE DELL’AFRICA E DELLA SUA DIASPORA

Con la partecipazione di 36 artisti da: Algeria, Camerun, Etiopia, Ghana, India, Mali, Marocco, Nigeria, Portogallo, Senegal, Sud Africa, Trinidad, Usa

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Curatore: Awam Amkpa

Furgoni con strutture di legno chiamati Mammy Wagon volano sulle buche delle strade e negli angoli ciechi di incerti paesaggi dell’Africa occidentale, molto al di sopra del limite dei 56 chilometri orari segnalato sul parafango. Il nome Mammy Wagon trae la sua origine dalle donne che ogni giorno vanno a vendere al mercato il raccolto di frutta, patate dolci, pomodori, cipolle, banane verdi e olio di palma, attraversando i loro paesi per giungere in altre nazioni.

Oltre ad assolvere l’importante funzione di trasportare il cibo attraverso i paesi, questi Mammy Wagon sono adornati di pannelli decorati e dipinti. Questi dipinti ritraggono film popolari, simboli nazionali, interpretazioni di locali storie africane. Didascalie e perfino brevi annunci scritti in inglese o in francese accompagnano le immagini. Tipiche proclamazioni sono ‘Il Signore è il mio pastore’, ‘Nessuna destinazione, perché affrettarsi’, ‘La giustizia è la ricchezza del povero’, ‘Il mondo non è solo per te’. Di certo, mentre i Mammy Wagon corrono su strade dissestate e sbandano nelle curve, i loro pannelli offrono ai lettori e ai passanti una ricca sequenza di desideri, frustrazioni e speranze per una società migliore.

Africa: See You, See Me trae il suo titolo da un’opera d’arte che ho visto in una strada nigeriana molti anni fa. Il furgone aveva superato l’auto che stavo guidando, sputando un pestilenziale fumo nero dal suo motore diesel, lasciandoci come ultima immagine due occhi incorniciati da una mappa dell’Africa striata di pittura. All’interno della sagoma dell’Africa si leggeva la frase ‘See You, See Me!’. Mentre incrociava la nostra strada, la frase ispirò gli occupanti del mio lento veicolo a immaginare come noi africani vediamo e ci immaginiamo noi stessi e come vogliamo che gli altri ci vedano.

In questo contesto, la mostra usa la pratica fotografica in Africa per attirare l’attenzione sui modi in cui gli africani rappresentano se stessi e la crescente influenza che queste autorappresentazioni hanno nel modellare le modalità contemporanee con cui l’Africa viene fotografata.

I fotografi africani hanno ereditato modelli di rappresentazione fotografica mutuati dagli archetipi coloniali che raffiguravano gli africani come parti di una storia di cui facevano parte ma sulla quale non avevano alcun controllo. Questo paradigma di oggettivizzazione ha incoraggiato una formula di presenza/assenza. Tale formula ha però iniziato a cambiare nel momento in cui i fotografi africani hanno cominciato a posare per le loro stesse fotografie, sembravano dire: ‘la macchina fotografica deve vedermi come io voglio essere visto’.

Africa: See You, See Me racconta la storia della fotografia africana e la sua influenza sull’immaginario non africano dell’Africa, nonché la diaspora africana in tutte le sue diversità. Insieme, le fotografie sono testi di soggettività africane, archivi di storia e di società in via di sviluppo e metodi per comprendere come le immagini contribuiscono all’emancipazione. Esse criticano le patologie dell’Africa post-coloniale e neocoloniale rappresentando le comunità del continente che si liberano da stati repressivi. Mentre alcune delle fotografie documentano la partecipazione degli africani agli affari dello stato, altri ritraggono la formazione di comunità volontarie post-nazionali come metodo di emancipazione.

L’Africa è più che un luogo. È uno spazio di sensibilità multiple all’interno e oltre il continente (in Europa, nelle Americhe, in Asia) che gli artisti africani cercano di penetrare con la loro presenza. La loro partecipazione a mostre presentate in continenti diversi ha lasciato un marchio sulle recenti fotografie dell’Africa e degli africani fatte da fotografi non africani. Inoltre, ha sollecitato dialoghi intra-testuali e intra-africani a proposito dell’autorappresentazione dell’Africa stessa.

Africa: See You, See Me è organizzata in tre parti. La prima sezione presenta ritratti in studio di africani che cercano di inserirsi nel paesaggio urbano nel quale sono immigrati. In questa sezione, si trovano fotografi africani che hanno domato, adattato e sovvertito le inquadrature e le convenzioni fotografiche lasciate in eredità dai loro maestri del precedente periodo coloniale. Le fotografie in bianco e nero di Meissa Gaye, Seydou Keita, J. Bruce Vanderpuije, Ricardo Rangel, Okhai Ojeikere, Mamadou Mbaye e Malick Sidibe illustrano un teso dialogo tra il fotografo e la persona fotografata. Al tempo stesso collaborano a collocare gli spazi africani e se stessi nel testo fotografico. Altri temi in questa sezione includono la struttura delle città, delle società e delle comunità africane in via di sviluppo e le rappresentazioni di sguardi al di fuori dello studio fotografico da parte di fotografi in ogni regione del continente. Questa parte della mostra include anche fotografie di alcuni degli eroi dell’anticolonialismo africano che speravano in una reale liberazione.

La seconda sezione mostra i primi ritratti etnografici che suggerivano un’immagine dell’Africa come luogo selvaggio popolato dai primitivi dell’Europa, l’Altro. Abbiamo anche adoperato la strategia di rileggere queste fotografie per attirare l’attenzione sulle stesse come oggetti nel quadro della storia della fotografia. Quella storia era essa stessa un prodotto significativo di un mondo industrializzato che definiva non solo il progresso, ma descriveva coloro che erano al centro e alla periferia di questo progresso.

La sezione finale presenta fotografie contemporanee dell’Africa e del popolo africano fatte da fotografi non africani che condividono una relazione dialogica con artisti africani. Di conseguenza, i loro lavori si sono propagati nelle sfere d’influenza africana, moltiplicando gli spazi nei quali gli africani sono fotografati come soggetti della storia.

Come i Mammy Wagon che ho visto nelle strade della Nigeria, queste fotografie riuniscono lavori presentati nelle altre sezioni per dire agli africani e al resto del mondo: See You, See Me.

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AFRICA: SEE YOU, SEE ME!

AFRICAN POST-COLONIAL PHOTOGRAPHY AND ITS GLOBAL INFLUENCE ON VISUAL LANGUAGE IN AFRICA AND ITS DIASPORA REPRESENTATION

36 artists participating from: Algeria, Camerun, Etiopia, Ghana, India, Mali, Marocco, Nigeria, Portogallo, Senegal, Sud Africa, Trinidad, Usa

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Curatore: Awam Amkpa

Wooden framed vehicles known as Mammy Wagons fly through potholes and blind corners into uncertain landscapes across West Africa, at speeds well above the 56 k.m.h. (kilometers per hour) emblazoned on their tails. They derive their name from market women who transport food crops like yams, tomatoes, onions, plantains, and palm oil across their home countries and into other nations.

Besides discharging the important function of ferrying much needed food across nations, these Mammy Wagons serve as billboards for artistic sign writing and paintings. These paintings might feature popular films, national symbols, or interpretations of African folktales. Captions or even gnomic statements written in English or French accompany the images. Statements such as “No Destination, Why Hurry”, “Justice is the Poor man’s Wealth”, “The World is not for you alone”, are typical. Indeed, as the Mammy Wagons speed across poorly maintained roads and careen around uncertain corners, their billboards offer readers and onlookers a canvas of desires, frustrations, and hopes for a better society.

Africa: See You, See Me takes its name from the artwork on a Mammy Wagon that I saw on a Nigerian road many years ago. The truck overtook the car in which I was riding, spurting a dark smelly smoke from its diesel fuel, and leaving us with the lasting image of two eyes framed by a paint-streaked map of Africa. Within the etching of Africa’s map, nestled the inscription “See You, See Me!” As it crossed us, it inspired the occupants of my more sedate vehicle to wonder how we, as Africans, see and imagine ourselves, as well as how we want others to see us.

In this context, this exhibition uses photographic practices in Africa to draw attention to the ways in which Africans represent themselves, and the growing influence of these self-representations in shaping general contemporary modes of photographing Africa.

African photographers inherited templates for photographic representations framed by colonial archetypes of Africans as objects of a history in which they were present, but over which they had no control. This paradigm of objectification promoted a weird presence/absence formula. It began to change, however, as Africans began to pose for their own photographs they seemed to say, “the camera must see me as I want to be seen”.

Africa: See You, See Me portrays the history of African photography and also its influence on non-African imaginings of Africa and the African diaspora in all their diversity. Together, the photographs are texts of African subjectivities, archives of history and societies in the making, and methods for understanding how images contribute to emancipation. They critique the pathologies of postcolonial and neocolonial Africa by depicting the continent’s communities disentangling themselves from repressive nation states. While some of the photographs document the participation of Africans in state affairs, others portray the formation of post-national voluntary communities as tools of empowerment.

Africa is more than a place. It is also in the many spaces of sensibility within and beyond the continent – in Europe, the Americas, and Asia — that African artists pry open to install their presence.  Their interventions in exhibition halls beyond the continent of their heritage have made a mark on recent photographs of Africa and Africans by non African photographers.  Moreover, they have spurred intra-African, inter-textual dialogues about self-representation in Africa itself.

Africa: See You, See Me is organized in 3 parts. The first section features studio portraits of Africans seeking to write themselves into the urban landscapes to which they have migrated. It presents African photographers as they tamed, adapted and subverted the framing devices and photographic conventions bequeathed them by their former colonial masters. The black and white photographs by Meissa Gaye, Seydou Keita, Vandupuye, Ricardo Rangel, Okhai Ojeikere, Mamadou Mbaye and Malick Sidibe illustrate a tense dialogue between the photographer and the photographed as they collaborate in inscribing African spaces and “selves” into photographic texts. Other themes in this section include the structures of African cities, societies and communities in formation, and representations of “looks” outside the studio from photographers in every region of the continent. This part of the exhibition also includes photographs of some of Africa’s anti-colonial heroes who hoped for genuine liberation.

The second section showcases early ethnographic portraits that imagined Africa as a wilderness peopled by Europe’s primitive “Other”. We have also used the strategy of re-reading these photographs to draw attention to them as objects within the history of photography. That history was itself a significant product of an industrialized world that defined not only progress, but also constructed those at the center and peripheries of such progress in certain ways.

The final section highlights contemporary photographs of Africa and Africans by non-African photographers who share a dialogic relationship with African artists. Thus, their work has expanded both African spheres of influence and multiplied the spaces in which Africans are photographed as subjects of history.

Like the Mammy Wagon I once saw on Nigerian roads, these photographs join works presented in the other sections, to tell Africans and the rest of the world: See You, See Me.

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